In breve ..

La coraggiosa confessione di una ragazza che ha tentato il suicidio più volte e ha deciso di  vivere.




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Articoli    Disagio psicologico    Voglia di morire

Insofferenza di vivere o se si vuole chiamarla più dolcemente, questo desiderio di non esistere più, di non soffrire più per l'indifferenza o la crudeltà di chi ci sta attorno, potrebbe essere considerata alla stessa stregua di una sindrome o comunque di una malattia cronica, dato che il desiderio nefasto non passa mai.

Si può star meglio e pensarci di meno, ma quando si ripresentano le condizioni negative di sempre o anche nuove nella forma ma uguali nella sostanza, la voglia di morire ritorna.

Il "suicidio", argomento "abominevole" e "degno d'essere un tabù", è diffuso tra i giovanissimi e non, ma la cosa più brutta è che il suo pensiero è presente in molte più vite di quello che si può pensare. 

Chi almeno una volta nella vita non ci ha pensato? 

 

Ma questo, forse, è normale. Quello che non è normale è chi ci pensa spesso, talvolta, troppo spesso, fino al punto d'attuarlo.

Mi chiamo Elisabetta, ho 35 anni, e fin da quando ero bambina, il pensiero del suicidio è stato presente nella mia vita. Ho fatto dei tentativi, anche se blandi, legati alla fatalità della vita ed al meccanismo della "roulette russa". La sera prima d'andare a dormire prendevo del tranquillante, ne prendevo una quantità non identificabile, in modo da non sapere se sarei morta, mi dicevo "se domattina mi sveglierò, non era il mio momento".

Mi infliggevo volontariamente delle condanne a morte, ma alla fine il mio attaccamento alla vita vinceva. Quante volte ho pensato: " se muoio punirò chi mi fa del male, o è indifferente". Quante volte ho sognato ad occhi aperti, piangendo disperatamente, la modalità della mia morte.

Ancora oggi ci penso, per fortuna di meno del passato. Nel mio caso parte della soluzione è stato l'allontanamento dalla mia famiglia, motivo principale del mio male di vivere.

Sono oramai 12 anni che vivo lontano da loro, ma ancora oggi  penso alla morte, anche se non la vivo più come una soluzione, ma  come un'ennesima punizione a me stessa, in quanto, non penso che chi mi fa soffrire, potrebbe venir punito dalla mia azione. Quando si muore, non si esiste più, ed il senso di colpa, se sia ha fortuna che arrivi agli interessati, passa.

Dico la fortuna, perché spesso e volentieri, a queste persone non viene nemmeno lontanamente di essere loro i colpevoli: "tu ti sei ucciso, tu sei il colpevole". Oltre il danno la beffa.

La morte non è la soluzione.
Certo non soffriremmo più, ma non avremmo neanche l'occasione di essere felici.
L'allontanamento dalla fonte delle nostre sofferenze è una parte della soluzione.

Bisogna affrontare questa malattia, o con uno specialista o con chi si trova nelle nostre condizioni (attraverso dei gruppi d'auto mutuo aiuto). Parlare di questo problema, analizzarlo, piangere, consolarci, amarci, e rispettarci possono contribuire alla nostra guarigione. Non isoliamoci, la solitudine porta solo alla conferma della nostra condanna a morte.

Io ho bisogno di voi. Fatemi sentire la vostra voce, parliamone.
La vita merita d'essere vissuta.

Elisabetta

Il commento dello psicologo.
Molte volte chi tenta il suicidio non vuole veramente morire . Molte volte, come nel caso di Elisabetta, chi prende in considerazione questo gesto vuole punire una persona che gli sta accanto. Può trattarsi di un genitore critico e insensibile, di partner meschino ed egoista, di amici che si rivelano falsi e opportunisti.

Chi pensa al suicidio in quest'ottica, immagina che gli altri saranno distrutti alla notizia della sua morte e che dovranno vivere il resto della loro esistenza tormentati dai rimorsi.

In altre parole, l'aspirante suicida desidera distruggersi per distruggere l'altro.

Ma questa si rivela una logica fragile e autodistruttiva.

Anche se l'egoismo e l'indifferenza di chi ci stanno accanto possono farci soffrire tantissimo, il suicidio non è la risposta. Chi si macera sui torti subiti, per quanto grandi possano essere, rimane nella posizione della vittima in attesa di un risarcimento che potrebbe non arrivare mai. Intanto spreca le sue occasioni di felicità che la vita potrebbe riservargli, cercando amore nel modo sbagliato.

C'è un alternativa all'autodistruzione ed è cercare di utilizzare le proprie risorse psicologiche per rendere la propria vita appagante e soddisfacente. 
Ricordate: la miglior vendetta consiste nel vivere felici.

Dottoressa Anna Zanon