Sono pochi quelli "puri", spesso la piromania è una conseguenza di disturbi associati
L'attrazione patologica per il fuoco ed il piacere nell'appiccare incendi (piromania) sono, almeno nel 90% dei casi, conseguenti alla presenza di un altro disturbo psichiatrico. È questo il risultato di una ricerca del Dipartimento di Psichiatria dell'Università di Helsinki, basata sullo
studio di tutti i casi di piromania registrati durante un periodo di 20 anni.
Poco più del 3% degli incendiari recidivi studiati dai ricercatori finlandesi si adattavano infatti alla descrizione classica della piromania, definita così: tensione o eccitazione prima dell'atto incendiario; fascino, interesse, curiosità e attrazione per il fuoco; piacere, gratificazione o sollievo nell'appiccare o nell'assistere ad un incendio. Negli altri il comportamento piromanico era invece una conseguenza di altre patologie psichiatriche: disturbi di personalità (52%), psicosi (20%) e ritardo mentale (18%) le principali. In quest'ultimo gruppo gli autori hanno evidenziato l'importanza di sentimenti di rabbia, frustrazione (ad esempio per non aver ricevuto ascolto o attenzione) e tristezza come fattori scatenanti.
Tra i pazienti psicotici gli atti incendiari sembravano motivati da sentimenti di rabbia o risentimento (come accade alle persone non affette da disturbi psichiatrici) o da fenomeni psicopatologici quali deliri ed allucinazioni (ad esempio "voci" che ordinano di compiere il gesto).
In nessuno di questi due gruppi vi era riscontro di altri comportamenti violenti o criminali, contrariamente a quanto osservato tra i pazienti con disturbi di personalità. Tra questi ultimi erano più rappresentati quei disturbi caratterizzati da impulsività/aggressività ed instabilità affettiva (antisociale, borderline ed istrionico), per i quali è ipotizzata un'alterazione della funzionalità del neurotrasmettitore serotonina. In effetti nel sistema nervoso centrale di persone che hanno commesso atti incendiari sono state rinvenuti livelli inferiori alla norma di acido 5-idrossi-indolacetico, prodotto del metabolismo della serotonina, e di 3-metossi-4-idrossifenilglicole, derivato della noradrenalina.
Queste osservazioni suggeriscono l'utilità terapeutica dei farmaci che potenziano l'attività dei suddetti neurotrasmettitori, e soprattutto della serotonina, nelle situazioni caratterizzate da difficoltà nel controllo degli impulsi.
Gli autori sottolineano inoltre l'importanza dell'abuso o della dipendenza da alcol nella genesi degli atti incendiari: il 60% del campione da loro studiato soffriva di un problema alcol-correlato ed oltre due terzi degli incendi erano stati appiccati in stato di ebbrezza alcolica. Questo fenomeno era meno evidente negli incendiari "puri".
Tale influenza nociva dell'alcol è, secondo i ricercatori finlandesi, generalmente sottovalutata negli studi sul comportamento incendiario, che negli ultimi anni è diventato molto più frequente che in passato nel mondo occidentale. Si ritiene, inoltre, che tale comportamento possa indurre nel soggetto una tendenza alla ripetizione, che avviene, secondo le diverse stime, in una percentuale che va dal 4% al 60% dei casi.
Questo studio smentisce anche alcuni luoghi comuni della criminologia classica, come quello, diffuso negli anni '70, che vedeva nelle ragazze con anomalie dello sviluppo psicosessuale le "tipiche" candidate al comportamento incendiario. Nel campione preso in esame l'età media degli incendiari era di 32 anni; l'80% di essi non era sposato; il quoziente di intelligenza era nella media (più basso negli incendiari "puri").
Infine una curiosità: tutti i soggetti identificati come piromani "puri" (non affetti cioè da altri disturbi psichiatrici né da problemi alcol-correlati) lavoravano o avevano lavorato come pompieri volontari
Di Francesco Cro
Fonte: http://www.repubblica.it