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Notizie    Lavoro e psiche    Quasi quasi mi faccio un Anno Sabbatico

Il manager che sogna un giro del mondo. Il conduttore tv che va a studiare in Russia. L'attore e l'ex direttore di banca che fuggono in moto... Complice la «flessibilità», torna in auge la pratica biblica della pausa dal lavoro. Per vedere oltre la scrivania.
 
«Per sei anni seminerai la tua terra e ne raccoglierai il prodotto, ma nel settimo non la sfrutterai e la lascerai incolta». Così recita la Bibbia sintetizzando il senso dell'anno sabbatico, antica pratica ebraica che torna d'attualità (con le opportune rivisitazioni) nel mondo del lavoro contemporaneo.
Accettata, praticata e addirittura incentivata nella mentalità anglosassone, l'esigenza di un «gap year» (un buco lungo un anno) oggi pare sedurre gli italiani: sono sempre più quelli che scelgono di abbandonare la scrivania con l'obiettivo di studiare, di ricaricare le batterie, di fare del bene, o semplicemente di partire in cerca di avventura.
«L'anno sabbatico serve ad allenare il cervello a favore della duttilià mentale e professionale: un ottimo antidoto contro la feticizzazione del posto fisso, tipicamente italiana» sostiene Franco Ferrarotti, sociologo del lavoro.

Certo, in Italia la legge è ancora un po' indietro: per ottenere il sabbatico è possibile fare appello alla legge 53/2000 che consente una sola volta nella vita l'aspettativa di un anno, per motivi di studio, a chi ne abbia maturati almeno cinque nella stessa azienda; garantendo il posto di lavoro, ma senza stipendio e senza il computo dell'anzianità.
Più facile cogliere invece le chance offerte dalla flessibilità: utilizzare il passaggio tra un lavoro e l'altro (quando c'è) per fuggire e capitalizzare nuove esperienze. Quali? E, soprattutto, per fare che cosa? Ce n'è per tutti. I «secchioni in fuga», per esempio, sono tra i più abili.

La scusa di andare a studiare da qualche parte ha un sito gettonatissimo, quello dei master in business administration: http://news.ft.com/businesslife/mba . Ma le università estere, spesso private, non lesinano corsi che vanno dalla fotografia digitale al master di landscape (paesaggio) design (www.columbia.edu ). Tra gli «studiosi» c'è chi sostiene che è meglio andare un po' allo sbaraglio. Andrea Pezzi, per esempio, prima di riapprodare in tv con il Tornasole si era concesso un lungo periodo per dedicarsi alla formazione: «Volevo crescere: ho viaggiato e studiato psicologia a San Pietroburgo. In ogni caso» dice «l'anno sabbatico ha senso se hai già fatto qualcosa, se te ne vai da battuto non ti rialzi comunque».

Quando l'impulso di fuga incrocia la voglia di spiritualità a muoversi sono invece gli «asceti» dell'anno sabbatico. Via da tutto, anche e soprattutto dal lavoro. Mete: India e l'America Latina, come Claudia Koll, che si allontanò per riscoprire la fede: «Un periodo difficile mi ha spinto a cercare aiuto in Dio» racconta l'ex stellina di Tinto Brass.
Anche Nicola Carraro, compagno di Mara Venier, provato da due lutti, si è preso una pausa lasciando i vertici della Sperling & Kupfer alla volta delle semideserte Isole Providenciales: «Si viveva senza competizione. Mi ha fatto bene, sono tornato più forte, anche nel lavoro». «Uno stop, dopo anni in corsa, insegna a sapersi fermare» sottolinea Helene Cadario, che ha scelto il break dopo 25 anni nel mondo della comunicazione.

Andarsene per un po'. Ma per staccare nelle nostre società è proprio necessario qualcosa di radicale? Luigi Inverni, psicologo del lavoro ed ex manager, è convinto che sì, rimanere nei ranghi troppo tempo significa farsi ammazzare dalla ripetitività: «Staccare serve a pensare, a fare ginnastica intellettuale che poi rianima la produttività».
Lo sa bene Andrea Bugno, 34enne ex dirigente, che si è dimesso in cerca di nuovi stimoli: «Ho comprato a Londra (www.oneworldalliance.com ) il biglietto per fare il giro del mondo» chiarisce «ma avevo obiettivi precisi: osservare realtà diverse per diventare imprenditore». E così è stato: alla fine del suo viaggio, è finito in Argentina, dove ha creato una società di consulenza immobiliare.

Qualcosa di simile è successo a Graziano Toni, ex direttore di banca che, dopo un collasso per stress, si è preso un periodo sabbatico. Durante la pausa gli è nata l'idea dell'album con le figurine dei santi. Un successo che lo ha convinto a non tornare in ufficio.
A volte la scelta dell'anno sabbatico è fuga. C'è un popolo di avventurieri che si sognano on the road. Le loro icone?
Gente come Ewan McGregor, che ha lasciato Hollywood e la famiglia per un lungo giro in moto. O come Alex Britti che, prima di tornare a San Remo nel 2003, ha girato l'Europa da anonimo, munito solo di chitarra. Il sito di riferimento è www.gapyear.com, dove manager diventati surfisti chattano con accademici appassionati di safari.


E se di fronte a tutta questa libertà scattasse un senso di colpa? Per filantropi ed ecologisti la scelta è enorme. I siti di volontariato (www.vso.org ; www.serviziocivile.it ) danno dritte per esperienze che fanno sembrare i reality show sulle isole ridicoli. Missioni africane, parchi marini, storie esemplari, come quella del principe crocerossino William, che dopo il college si è arruolato come volontario della solidarietà nel mondo.
Ci sono anche aziende che incentivano la fuga. Alcune multinazionali, come l'Accenture, hanno programmi specifici: «Da qualche tempo» spiega Antonio Messina, direttore delle risorse umane, «l'azienda dà l'aspettativa anche per un periodo di volontariato nei paesi in via di sviluppo, garantendo il posto al rientro, la maturazione dell'anzianità e un mensile di 600 euro».

Ci ha provato Andrea Marazzi, 36 anni, uno dei primi ad aderire al progetto: «Ero stufo di lavorare solo per guadagnare» racconta. «L'esperienza nell'Arcipelago Vanuatu mi ha aperto gli occhi anche nel mio lavoro che oggi svolgo con più lucidità».
Come lui Alida De Bortoli, 28 anni, assistente sociale, che quattro anni fa ha rinunciato al rinnovo del contratto per partire con il Servizio civile alla volta del Kossovo.
Alessandro Ermolli, partner della Synergetica, ha tra le sue attività quella di selezionare manager promettenti: «Staccare è importante per saper fare, ma soprattutto per saper essere. L'aspettativa di un anno è un'ancora psicologica quando si cerca qualcosa di nuovo: se si torna indietro è perché l'obiettivo non è stato raggiunto».
Messaggio in codice: se un manager non si impone il periodo sabbatico, ai colloqui di lavoro avrà poco da dire.

Fonte: http://www.panorama.it