In breve ..

Non è facile conciliare il ruolo di mamma con il ruolo di donna che lavora. Come conseguenza di questo doppio ruolo, le mamme lavoratrici finiscono per sentirsi costantemente inadeguate e in colpa. L'articolo incoraggia le mamme a fidarsi del proprio istinto e della proprie capacità educative, sapendo anche avvalersi delle risorse e degli appoggi del proprio ambiente familiare e amicale.




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Articoli    Benessere psicologico    Mamme e carriera

 Conciliare le due vite, quella di donna lavoratrice e quella di madre, è oggi ancora molto faticoso. Da una parte viviamo in una società che dà molta importanza al mondo del lavoro, scoraggiando la maternità. Dall'altra, chi riesce a non farsi facilmente risucchiare da questo sistema "economico" (quindi a non rimandare la transizione alla genitorialità), si ritrova poi in difficoltà ad affrontare le nuove esigenze di organizzazione e di tempo, costringendo spesso le donne a rinunce molto significative sul piano della carriera o nel poter vivere in maniera soddisfacente il proprio ruolo materno.

Quando mettere al mondo un bambino fa parte di un reale desiderio di maternità della donna, cioè di una profonda disponibilità ad occuparsi e a prendersi cura del bambino, non dovrebbe esserci disprezzo o invidia per chi sceglie di dare priorità alla carriera lavorativa. L'identità di ognuno di noi si costruisce nel rapporto con il proprio genitore omologo (dello stesso sesso del figlio).


Quando il rapporto tra madre e figlia  ha basi solide, quando cioè la figlia sente di poter accedere a questo rapporto come a una risorsa inesauribile di amore e sostegno, allora  la transizione alla genitorialità con tutti i mutamenti che richiede di affrontare, non mette in crisi il proprio senso di identità. Succede infatti, soprattutto tra le adolescenti, che la gravidanza assuma un significato diverso, che non è quello di prendersi cura di un altro essere umano ma di definire il proprio sé e quindi la propria identità. Si parla in questo caso di desiderio di gravidanza (e non di maternità) dove la gravidanza diventa un bisogno personale di sentirsi qualcuno, una prova della nuova condizione di adulta e di donna. Questi meccanismi agiscono spesso a un livello inconscio. Quando la donna, anche in età adulta, mette al mondo un figlio spinta dal bisogno inconscio di avere una identità, perché sofferto, distante o interferito è il rapporto con la propria madre, allora tutto diventa più complicato, difficile da gestire fisicamente e emotivamente al punto da pensare che gli altri stiano meglio di noi, vivono una condizione privilegiata rispetto a quello che è il vissuto che si portano dentro.

Il rapporto genitori e figli è ancora oggi poco valorizzato se non, in alcuni casi, addirittura squalificato. Mi riferisco alla convinzione ancora dominante nella cultura della nostra società, relativa al fatto che tutti i problemi che mostrano i figli abbiano una diretta relazione con l'avere dei "cattivi" genitori. Quello che succede invece è che si scambia la causa per l'effetto. I genitori sono la vera medicina per i figli ma questo non viene visto. Le difficoltà che incontra il figlio vengono sentite dal genitore, soprattutto da quello omologo (il papà per i maschi e la mamma per le femmine) e "agite" da quest'ultimo (cioè messe in atto come specchio dei sentimenti del figlio) nella relazione con il figlio. Il risultato è che, se non si hanno i giusti strumenti per comprendere questi meccanismi, il genitore rischia di farsene travolgere "indossando" lui stesso i vissuti negativi del figlio che spesso hanno a che fare con la confusione, la tristezza, la paura di non farcela per i più piccoli, e l'impotenza, la solitudine e la rabbia per i più grandicelli.

Il bisogno di essere madri perfette, sempre efficienti e preparate è una richiesta che proviene dalla società in cui viviamo. I genitori, indipendentemente dal livello di istruzione o classe sociale vanno aiutati a fidarsi del proprio valore affettivo perché risorsa insostituibile per il figlio, vanno aiutati ad avere più consapevolezza dell'importanza del proprio ruolo, troppo facilmente delegato a terzi (insegnanti, baby-sitter, educatori) ritenuti più idonei nello svolgimento della funzione educativa con i loro figli. Ecco che la paura di essere criticate come madri (e quindi la ricerca della perfezione a tutti i costi) fa parte di questo sistema che toglie valore al rapporto genitori e figli, che propone soluzioni "sostitutive" (e non di sostegno) al rapporto genitori e figli, lasciando il genitore con una sensazione di non essere mai all'altezza di questo ruolo.

Quando la scelta lavorativa è una necessità, diventa importante, soprattutto se i figli sono molto piccoli, valutare quale può essere la sistemazione meno traumatica per loro (se a casa con i nonni e zii piuttosto che il nido o asilo). In ogni caso, il bambino va preparato ad affrontare la separazione dal genitore, il quale deve poter rendersi conto di quanto sia importante fare un lavoro di "recupero" in termini di presenza fisica ed emotiva al ritorno a casa. Qui diventa indispensabile garantire la propria vicinanza, attraverso gli abbracci e il contatto fisico, in particolare tra figlio e genitore omologo importante per la costruzione di una solida identità personale. Questo non è solo compito della madre. In caso di figli maschi è il papà che deve farsene  carico. Una brava mamma è anche quella che lascia spazio al marito senza per questo sentirsi  deresponsabilizzata o delegando a lui tutto il compito. I bambini hanno prima di tutto bisogno di essere ascoltati nelle loro emozioni, soprattutto a fronte di esperienze nuove per loro, come può essere l'inserimento all'asilo o il distacco per un lungo periodo di tempo dal genitore, e rassicurati sul fatto che mamma e papà gli vogliono bene, anche se sono lontani da loro.

La genitorialità accomuna l'uomo e la donna, poiché affonda le proprie radici nell'infanzia di entrambi. Tanto più i partner hanno avuto l'opportunità di cogliere e fare proprie le risorse della loro storia familiare, hanno approfondito le modalità di comunicazione tra loro, sanno ascoltarsi emotivamente e non solo con razionalità, tanto più riescono ad essere un valido supporto l'uno nei confronti dell'altro, giungendo a scelte condivise. La coppia unita in questo senso è ciò che fa la differenza: una comunicazione aperta al dialogo senza la paura del giudizio, permette alla donna di esprimere tutte le sue paure e preoccupazioni di fronte al marito, trovando insieme le soluzioni migliori per integrare in maniera soddisfacente il proprio ruolo familiare e professionale.

Importante è anche la creazione di una rete familiare solida. La questione è che nella società in cui viviamo, predominano il successo individuale (non quello di gruppo, della famiglia). In una società basata sull'individualismo, sul successo dell'io, c'è poca solidarietà. Si può cominciare a dare più importanza al valore dei legami affettivi familiari, tra sorelle. Nello scambio reciproco, affettivo e non solo materiale, le soluzioni possono essere trovate più facilmente perché nel gruppo, il fatto che qualcuno possa aver fatto esperienze che non sono state utili, fa si che non le faccia ripetere a un altro, sorella o amica che sia.

Dottoressa Corinna Favia