Una corretta educazione, sia a livello sociale, sia individuale, a scopo preventivo, potrebbe aiutare ad eliminare i pregiudizi che gravano su tale fase di vita, oltre che consentire agli anziani di avere un loro spazio ed un ruolo socialmente attivo, a seconda delle loro possibilità e dei loro interessi.
Si potrebbe invitare alla cura sia del proprio fisico, sia della propria mente, ma soprattutto potrebbe essere utile diffondere l'idea che la vecchiaia è una fase di vita, non necessariamente legata alla patologia e che rappresenta il naturale proseguimento di ciò che si era prima.
E' importante la "pensabilità" al cambiamento. La vecchiaia potrebbe essere momento per
coltivare nuovi interessi e passioni, così come per ri-scoprire quelli che, in passato, si erano accantonati. E' il momento in cui, nonostante le indiscutibili difficoltà, si possono costruire nuove relazioni amicali o affettive.
La ricerca angosciosa di conferme di sé, del proprio potere di attrazione corporeo e intellettuale, se finalizzato solo ad esorcizzare il timore del decadimento psicofisico, è destinato, prima o poi, a fallire invece, se viene inserito in un rapporto affettivo profondo, può aprire nuovi e stimolanti orizzonti affettivi e di completamento di sé. Il rischio, ancora una volta, consiste nella disapprovazione sociale. I più giovani hanno difficoltà ad accettare, nella vita dei propri nonni o dei propri genitori, sessualità e relazioni intense.
La sofferenza più grande dell'anziano si annida nell'umore e nella sua variabilità. L'umore può essere preparato, motivato, condizionato da un approccio psicologico che affronti le tematiche depressive e sostenga le difese. Gli anziani hanno bisogno di protezione, accudimento, presenza affettiva da una parte e dimostrazioni di stima, apprezzamento dall'altra. Nell'invecchiamento ritornano i bisogni infantili e non è sufficiente offrire
sicurezza nei confronti del timore di essere abbandonati e riproporre testimonianze di attaccamento ma sono necessari investimenti gratificanti. La negazione e la regressione sono le difese più semplici dell'anziano, vanno comprese, accettate, viste nella loro componente positiva. Una azione psicologica è di enorme validità quando cerca di dare alla personalità una configurazione tale da meglio sopportare le avversità inattese e le perdite dell'invecchiamento. La "relazione d'aiuto"con il paziente anziano consiste, in fondo, nell'offrire a un soggetto un "io" ausiliario, che sia tale da poter servire a funzioni diverse, quali il contenimento dell'ansia, il controllo delle emozioni alienanti e la restituzione di un senso agli obiettivi. Il supporto psicologico ( che può farsi anche terapeutico) si traduce, anzitutto, nella possibilità di stabilire con il paziente una relazione di comprensione empatica che gli offra uno spazio nuovo e sicuro, in cui sentirsi protetto dalla violenza delle emozioni e rassicurato da ansie e paure. Il nostro mondo interiore è costituito da oggetti-sé. Il sé è come qualcosa che esiste in quanto organizzazione di
esperienze. Gli anziani hanno un senso di sè che riemerge a tratti, discontinuo. Un luogo di ascolto potrebbe dare voce ad una parte di sé più stabile. Oggi il male dell'umore, la depressione si configura non più solo come perdita della gioia di vivere e come sentimento di tristezza, bensì come una patologia dell'azione, una patologia dell'insufficienza perché esprime il disagio di un individuo che non è sufficientemente se stesso.
Una vita vissuta inconsapevolmente è priva di senso. Gli anziani sono destinati a sentirsi esclusi in una società nella quale "si è ciò che si fa" e "se non fai niente sei una nullità". Facilmente si tagliano fuori i "vecchi" quando non possono sperare in una qualsiasi occupazione, la perdita di identità che ne consegue, equivale al totale disorientamento, alla più profonda disperazione. La nostra è una società narcisistica. L'attuale civilizzazione, con la sua intensificazione dei ritmi, la crescita della concorrenza, stimola l'individualismo e la visibilità, annienta ogni reciprocità, preferendo l'apparenza. Si diventa intolleranti verso la debolezza. Conta mostrarsi, essere in forma, ai vertici. Il rischio che si corre è l'inaridimento della vita interiore. Quelli che non riescono "a farcela in tutto", non possono che essere depressi. La cura dovrebbe invece mirare ad accettare se stessi, a riflettere sulle contraddizioni, sulle ferite esistenziali, sulla fatica di vivere.
Dott.ssa Mariacandida Mazzilli