Indice:




Aiutaci a migliorare il sito:
dai un giudizio all'articolo:
1 = pessimo, 5 = ottimo
Commento: (opzionale)




  


Articoli    Disagio psicologico    Finché l'anima resta in vita. Riflessioni teoriche sull'abuso emozionale    Parte 3: La sofferenza emozionale come «sospensione dell'interazione umana»

Ora, attraverso queste brevi enunciazioni o descrizioni formali delle sfumature sottostanti la sofferenza emozionale in senso più generale, ci rendiamo conto di come - al di là delle distinzioni considerate tra forme maltrattanti, trascuranti e abusanti delle emozioni -, resta palese che di queste componenti e di questi agiti, vige una concomitanza di evidenze, un amalgama di parti costitutive che assumono sfumature e segmenti che all'unisono profondamente determinano lasciti conoscitivi ed espressivi del proprio Sé.  

«L'adattamento ai bisogni dei genitori conduce spesso (ma non sempre) allo sviluppo della personalità "come se", ovvero a ciò che si definisce un falso Sé. L'individuo sviluppa un atteggiamento in cui si limita ad apparire come ci si aspetta che debba essere, e si identifica totalmente con i sentimenti che mostra. Il suo vero Sé non può formarsi né svilupparsi, perché non può essere vissuto. Si capisce allora come questi pazienti lamentino un senso di vuoto e di assurdo, la mancanza cioè di un punto di riferimento; questo vuoto, infatti, è reale» (Miller, 1979, p. 20-1).

Se a ragione il trauma psicologico è stato definito come un'«improvvisa cessazione dell'interazione umana» (Lindemann, 1944 cit. in de Zulueta, 1993, p. 2), in questo contesto, si comprende appieno come in tema di emozioni tale dicitura risulta essere fondata. La sofferenza emozionale - come abbiamo visto -, nasce e si sviluppa in relazione a complessi relazionali legati ai motivi del maltrattamento, della trascuratezza, o dell'abuso emozionale. Evidentemente, quindi, ciò che essenzialmente accade nell'istante stesso in cui si consuma la sofferenza emozionale, è una vera e propria sospensione dell'interazione umana. Non si entra più in contatto con un altro essere umano dotato di sensibilità, emozioni, caratteri, elementi di personalità distinte, ma si assume su questo un prodotto di piena identificazione con l'aggressore. Se il genitore riuscisse obiettivamente a comprendere o a vedere che quello che ha di fronte non è un bambino capriccioso e indisponente, ma un essere umano che sta semplicemente chiedendo un po' di attenzione, di ascolto, di comprensione o di sicurezza affettiva e che anche lui è dotato di sensibilità, esigenze, bisogni, paure del tutto fondate per la sua età, capirebbe che in quel momento si svolge un vero e proprio trauma emotivo; prenderà atto del fatto che quel bambino ora non è trattato come un altro essere umano, ma è diventato, per l'adulto, un mero e semplice oggetto nelle sue mani a cui poter dire o fare - in quanto oggetto - qualsiasi cosa. Questo tipo di patologia della relazione tecnicamente è definita anogettuale, in virtù del fatto che l'appagamento dei desideri e dei bisogni è strettamente e unidirezionalmente legato al soggetto che agisce sull'altro trasformato e vissuto essenzialmente come una cosa, un oggetto-feticcio: il figlio che diventa feticcio della propria madre, il «figurante predestinato» - direbbe Racamier (1992) - essenziale ricettacolo dell'ideale narcisistico materno.

Allora, intensa in questo modo, la stessa modalità d'interazione col bambino assumerà i segni evidenti di una piena e vitale rivelazione (der. lat. revelare, "togliere il velo"), spesso, evidenziata soltanto attraverso un intervento terapeutico.

«Non sembrerà più così ovvio che i genitori possano sfogare liberamente la propria rabbia e irascibilità sul bambino, mentre al bambino si richiede, sin dalla più tenera età, il controllo delle proprie emozioni» (Miller, 1980, p. 185).

Il punto è che all'interno delle stesse condizioni d'interazione adulte, il soggetto portatore di una sofferenza emozionale, condurrà con l'altro una tendenziale coazione a ripetere del trauma vissuto da bambino.

Un esempio piuttosto esaustivo di ciò che accade all'interno delle dinamiche relazionali tra madre e figlio, lo ritroviamo nel libro Dal dolore alla violenza (1993, p. 17) di Felicity de Zulueta:

«Una giovane madre single tiene in braccio la figlia che piange; si sente sconfortata e realizza che ancora una volta non c'è nessuno che la sostenga, che la faccia sentire meglio. Senza che se ne renda conto, la bambina è diventata la fonte del suo antico dolore, vissuto una volta di più. Deve fermare questo dolore, che si è trasformato ora nella figlia che urla. Ma non può più riconoscerla come sua figlia. Questa madre è tornata al tormento della propria infanzia: la bambina è ora la sua aguzzina e la ferisce. Le urla di bisogno della piccola fanno sentire cattiva e inutile la giovane donna, che ora non può più vedere davanti a sé la propria bambina, perché quest'ultima è diventata il "mostro" che lei stessa un tempo è stata, che doveva essere controllato e modellato a forza di botte. Questa donna diventa la propria madre, i propri terribili genitori con cui si è identificata, così come fanno tante vittime. Nel suo dolore rabbioso colpisce la testa della figlia finché il pianto non cessa. Nel silenzio che segue realizza che da madre può trasformarsi in assassina: la bambina che voleva amare sembra morta? A questo punto la psiche le viene in soccorso. Dimentica. Scinde la memoria del passato dalla memoria di ciò che ha appena fatto alla figlia, alla bambina che probabilmente vorrebbe amare e proteggere».

La chiarezza espressiva di quest'esempio riportato ci fa intuire pienamente cosa tipicamente accade - dal punto di vista dinamico - all'interno del maltrattamento fisico-emotivo tra madre e figlio. Evidentemente ciò che risalta è il processo difensivo dell'identificazione proiettiva messo in atto e a cui la madre si affida nella sua condizione di sconforto. In termini più generali, si ha un indebolimento dell'Io e una conseguente resistenza all'emersione del rimosso infantile: attraverso la censura difensiva di questo meccanismo di difesa dell'Io, l'emersione alla coscienza dei sostrati inconsci e dei suoi contenuti scissi e rimossi durante l'infanzia, in maniera tipica ed esemplare, è completamente evitata.

Nell'identificazione proiettiva

«Come nella proiezione, il soggetto affronta i conflitti emozionali o i fattori stressanti interni ed esterni attribuendo erroneamente a qualcun altro i propri sentimenti, impulsi, o pensieri inaccettabili. A differenza dalla semplice proiezione, il soggetto non disconosce totalmente ciò che viene proiettato. Invece il soggetto rimane consapevole dei propri affetti o impulsi, ma li attribuisce all'altra persona, come reazioni giustificabili. Non di rado, il soggetto suscita negli altri quegli stessi sentimenti che prima attribuiva loro erroneamente, rendendo difficile valutare chi sia stato a cominciare» (DSM-IV-TR, 2000, p. 859-60).

La componente interessante da considerare è che: «In questa relazione ciò che è importante è il senso di "essere tutt'uno con l'altro", invece del senso di "estraneità" che caratterizza la proiezione pura» (de Zulueta, 1993, p. 154). Quest'aspetto che caratterizza l'identificazione proiettiva, è molto importante all'interno del contesto di nostro interesse perché, in tema di sofferenza emozionale, questo senso dell'"essere tutt'uno con l'altro" si osserva in maniera eclatante nella convinzione della vittima di dover essere risarcita per il trattamento ricevuto nell'infanzia. In termini dinamici quello che accade nel rapporto diadico madre-figlio è essenzialmente un processo d'identificazione proiettiva, per cui: «[...] aspetti non riconosciuti del Sé sono messi nel bambino, che è spinto a rappresentarli, altrimenti deve affrontare la minaccia d'annullamento, di "non esserci". [...] [il bambino] diventa l'aspetto vulnerabile odiato dei suoi genitori, che deve quindi essere controllato e "messo in riga" [...]» (de Zulueta, 1993, p. 155).

Attraverso l'introiezione del Super-io delle figure genitoriali abusanti, nella vittima ormai adulta, si determina una condizione tipica in cui il legame relazionale, tendendo alla ripetizione del trauma nelle vesti attuali del carnefice, si sviluppa nella "rappresentazione" provocante dell'altro. Nelle interazioni con gli altri si svilupperà nel soggetto la riprova del trovarsi vittima incompresa come è sempre stato da quando era bambino. Farà di tutto pur di auto-confermare, attraverso atteggiamenti e comportamenti provocatori inconsci, il modello d'interazione sperimentato e divenuto ormai norma e routine nella sua infanzia (anche perché il bambino se non ha alternative di rapporto considererà come attinente alla norma il modello di trattamento o il clima che si respira nella sua famiglia). A ragione, infatti, Kernberg (1995, p. 159) afferma che

«La realtà di un passato di grave vittimizzazione, come quello che deriva dalla violenza fisica o dall'incesto, può determinare in superficie la sensazione di avere diritto a un risarcimento e, a livello più profondo, l'identificazione con l'aggressore interiorizzato nel Super-io, che ricerca continuamente la situazione di maltrattamento e perpetua la condizione di vittima».

All'interno di questa circolarità d'azione si coglie come sia decisivo il riferimento antico a cui si ascrive la dinamica relazionale attuale.

L'elemento elettivo fondamentale che muove l'intero processo difensivo della vittima di sofferenze emozionali, è effettivamente dato dalla profonda e intima ricerca di un risarcimento emozionale interiore, che tenderà, da un lato a rievocare e ricreare situazioni vittimogene passate, e dall'altra a screditare, denigrare e svalutare l'altro sotto l'accusa di un "tu non puoi capire" o "tu non mi capisci" tipico delle relazioni sensuali adulte di questo tipo. Vittima e carnefice si mescolano allora, all'interno dello stesso soggetto, oscillando nella comunicazione con l'altro tra un categorico "tu mi devi amare!", ad un senso regressivo d'incertezza di tipo "perché non mi vuoi amare?".

Nell'intimo di queste condizioni rimane salda l'idea di un profondo senso di colpa che arriva dal passato: un senso di colpa presente, oggi, per non essere stato in grado un tempo di soddisfare le richieste genitoriali o anche per aver creduto che il maltrattamento ricevuto fosse il diretto risultato di una responsabilità personale del bambino. Tutto questo è rivissuto all'odierno in relazione ad ogni momento tipicamente simile allo stato subito un tempo.  

Evidentemente l'impronta caratteristica di questi vissuti da parte del bambino comporta uno stato generale di allerta e di attivazione interna in veste tipicamente negativa. Il bambino, infatti, si troverà nella condizione di dover essere sistematicamente vigile e attento ad ogni segno sensibile di risposta negativa genitoriale. La sensibilizzazione che ne deriva contribuirà sistematicamente a rendere, in funzione delle risposte genitoriali, una rettifica globale del suo modo di essere e di fare. Atteggiamenti e comportamenti del bambino tenderanno di conseguenza a mutare e modificarsi in funzione degli stati di fluttuazione emozionale del genitore. Per sopravvivere in un contesto famigliare in cui la sofferenza emozionale viene impartita come modello educativo, il bambino dovrà essere continuamente vigile e cauto nel chiedere attenzioni o avanzare richieste emozionali di qualsiasi genere, ed in più dovrà imparare ad interpretare gli stati sensibili del genitore abusante per garantirsi un adattamento salvifico momentaneo. Col tempo rimarrà presente in lui l'idea che in relazione al suo modo di essere avrà dai genitori risposte caratteristiche da soddisfare in ogni momento. In questo modo, si stabilizzerà nel bambino un vissuto interiore fatto di sensi di colpa e sentimenti di vergogna, nel generale timore di essere giudicato male dagli altri e vivere uno stato generale d'impotenza.

La reiterazione di uno stato di sofferenza emotiva nella sua ancor più importante componente d'imprevedibilità, determina nel bambino l'aspettativa generale di un pericolo imminente che si può fronteggiare soltanto con un costante e persistente stato di allerta generale. Di conseguenza, ogni stimolo esterno assume le sembianze minacciose e negative proprio in relazione ad un senso d'abitudine che fa perdurare nel tempo il vissuto soggettivo del trauma emozionale.  

All'interno di una relazione adulta questo complesso corpo della sofferenza emozionale comporterà generali disturbi nelle relazioni affettive. L'instabilità dell'attaccamento e i relativi sentimenti contraddittori di amore e odio, renderanno evidenti i segni distintivi della paura di essere abbandonati o di essere dominati dall'altro. Si oscillerà allora tra stati di passività-sottomissione all'altro e scatti di furiose ribellioni nel vano tentativo di recuperare una propria individualità all'interno della relazione instaurata nel segno della "dipendenza" dall'altro, ossia, nella forma idealizzante esperita da bambino nei confronti dei suoi genitori abusanti (Di Blasio, 2000, p. 172).

«Il figlio - afferma la Miller - resterà per sempre legato alla madre da sensi di colpa che lo accompagneranno per tutta la vita e da una paralizzante riconoscenza» (1980, p. 74). Quest'educazione al senso di colpa rimane saldamente ancorata al rapporto madre-figlio come processo inscindibile di un legame emozionale profondo, che garantisce al genitore non soltanto un suo personale riscatto per il trattamento ricevuto quando a sua volta era bambino, ma anche un'immutabilità traumatica di ruoli di dominanza che si protrarrà nel tempo e attraverso le identificazioni generazionali. In un certo senso per il genitore, persecutore emozionale del proprio figlio, è un po' come affermare: "Se io non sono o non posso essere appagato dalla mia vita affettiva e sensuale, non devi esserlo nemmeno tu!".

 

Dr Michele Accettella