In questo senso allora, il genitore assume le vesti di un despota che limita l'individualità figliare pur di non perdere definitivamente il proprio ruolo relazionale come momento di risarcimento emozionale infantile. Si realizza un processo dinamico d'interazione col figlio basato sul dominio e sulla repressione. Attraverso il maltrattamento emozionale, in fondo - come abbiamo visto - ciò che si ottiene essenzialmente è la costruzione, per il bambino, di un falso Sé, una "maschera", che rappresenta la scena prescritta e voluta dai genitori in cambio del loro amore. Un genitore, infatti, pur di non perdere la sua podestà, pur di non perdere oggi il controllo che grazie a quel figlio si è garantito, farebbe di tutto, persino uccidere tutte le forme espressive dell'individualità del bambino.
Decisamente è evidente come questo stato d'animo del genitore di sentirsi oggi minacciato dalla vitalità espressiva del bambino, dalla sua corporeità emozionale, diventi momento di rivalsa e impedimento per garantire e proteggere, ad ogni costo, il proprio ruolo di referente di dipendenza, ossia, di essere lui, oggi, colui dal quale l'altro dipende. Essenzialmente è un semplice cambiamento di ruoli: dallo stato di dipendenza e impotenza infantile, ad uno stato adulto in cui si è i referenti della dipendenza altrui.
A questo complesso di elementi dinamici che legano, si creano e si stabiliscono all'interno della deformazione relazionale tra genitore e figlio, potremmo indicare il nome di Complesso di Erode: la condizione per cui il genitore, nel timore di perdere o di essere spodestato dal proprio ruolo dominante all'interno della relazione col bambino, senza voler comprendere o conoscere ogni elemento d'alterità - attuando in altre parole un processo difensivo tipicamente espresso dall'identificazione proiettiva -, uccide ogni forma dell'individualità e del vero - Sé nel proprio figlio. Tutto questo avviene, in fondo, per il semplice sentore - da parte del genitore - che il figlio assume una veste d'indipendenza espressiva, una sua individualità: si mette, quindi, attraverso il suo modo d'essere "non curante di" o con un comportamento "sfacciatamente" libero di essere se stesso, alla pari di un re.
Obiettivamente - riprendendo anche la metafora d'associazione al contesto mitologico - ciò che risalta in questo complesso, è la condizione per cui se la minaccia esiste o è esperita come tale, questo vuol dire che in quel determinato momento il bambino si è posto all'altezza del genitore, o meglio, ha permesso il distacco da lui attraverso una volontà individuale "distaccata da", cioè non più dipendente dal genitore. Significativamente questo stato può avvenire soltanto quando il genitore avvisa un senso di perdita della propria condizione elettiva di controllo figliare. In altre parole, quando sente di perdere il suo ruolo di unico referente della dipendenza del bambino. In quel momento iniziale in cui il bambino nella sua libertà, spensieratezza, vitalità, esalta questo distacco, si avviserà un processo di allarme per il genitore in cui il ruolo dominante si sta modificando.
La costruzione dinamica di tale processo, ovviamente, è protratta attraverso quel "legame con l'altro" di cui si parlava prima nella descrizione del meccanismo d'azione dell'identificazione proiettiva. Per cui, l'essere "legato all'altro" rappresenta per l'adulto un rivivere "attraverso l'altro" le stesse sofferenze emozionali vissute lui stesso da bambino. Di fronte ad un soggetto altro, come può essere un bambino vulnerabile e dipendente che si concede la libertà di esprimere i propri bisogni, i propri caratteri più personali attraverso l'espressività del corpo, la gioia, la spensieratezza, l'adulto rivede se stesso da piccolo costretto nella repressione educativa genitoriale sotto il timore costante dell'abbandono. Di conseguenza, pur di non far emergere questi vissuti interiori della propria infanzia, pur di evadere i sentimenti ri-attualizzati legati al timore di essere abbandonato, egli scinde nuovamente la rabbia e l'ansia associata per le sue frustrazioni narcisistiche infantili e le proietta sul bambino in nome di un atto educativo. Così facendo potrà garantirsi una buona difesa contro le sofferenze patite verso i propri genitori che resteranno per sempre totalmente amati e totalmente buoni, ed inoltre si garantirà, attraverso una mera educazione al senso di colpa del figlio, una persistenza di legame di risarcimento e riconoscenza da parte del bambino che nella medesima condizione, farà di tutto pur di non perdere l'amore genitoriale.
Evidentemente, l'unica cosa che è in grado di fare un genitore per ristabilire la sua centralità di ruolo, sarà quella di uccidere o recidere ogni forma di quest'espressività individuale nel bambino, ogni segno di un'indipendenza che lo porti ad essere "distaccato da sé" e che gli permetta di porsi ? come in questo momento ?, ad un livello espressivo da lui stesso da sempre temuto, ossia, quello del suo Vero-Sé.
Espressamente il cardine esemplare dell'intero contesto dinamico che si avvisa all'interno di queste relazioni è il significato proprio dell'alterità. L'alterità che prevede in sé il senso medesimo del distacco, del diverso da me, e che, quindi, porta con sé il senso stesso della sua possibilità d'esistenza anche senza il "me". Anzi, questa alterità porta con sé il suo caratteristico movimento alterante, cioè "che altera", che rende non solo diverso mostrandosi come "apportatore di alterazione", ma lo fa attraverso un'alterazione tipicamente emotiva: altera il mio assetto psichico iniziale, aprendo una falla al rimosso emozionale più sofferto proprio perché esiste un legame emozionale con questa alterità. Allora, pur di non rischiare la possibile soluzione del rendere cosciente il dolore emozionale che un genitore infligge (o che ri-vive per mezzo dell'altro!), rinnova le sue difese psichiche proiettando sul figlio (o su una qualsiasi altra alterità diversa dal "me") la rabbia e il dolore che rivive in sé, tutelandosi inoltre dietro il nome di un prodotto spesso repressivo ma socialmente condiviso chiamato pedagogia.
Se questo in fondo accade è essenzialmente perché questo "distacco" di cui si parla tra genitore e figlio, non è mai stato definito completamente, nel senso che il contatto di dipendenza non si riferisce tanto al figlio che ha bisogno della madre, ma espressamente dalla condizione opposta.
Il timore basilare da cui emerge l'intero contesto della sofferenza emozionale inflitta o subita è in ogni caso quello dell'abbandono. Si parla di questo non soltanto dal punto di vista del bambino che farebbe di tutto pur di non perdere l'amore della madre, ma si parla anche del timore dell'abbandono che affligge - inconsciamente - la madre. Una madre che pur di assicurarsi la vicinanza, l'affetto riflesso, o l'amore del figlio, arriva persino a non vedere la stessa sofferenza che infligge e le pene emozionali più dure che riserva al proprio bambino. Questo non è altro che un ritrovarsi di nuovo nella situazione abbandonica che il genitore ha sempre vissuto da quando era bambino, rincorrendo per tutta la vita un "soggetto" altro (in questo caso un figlio) a cui rimanere legato per sempre. Costringere il proprio figlio nella condizione duratura di dipendenza affinché possa lei stessa garantirsi una disponibilità d'amore che mai ha avuto modo di avere, contribuisce all'inconsapevolezza di restaurare - questa volta nel figlio - nuovamente lo stesso meccanismo d'uccisione del Sé, che nel passato ha dovuto tacitamente subire: una madre-matrigna che per il proprio bisogno d'amore abbraccia così intensamente il proprio figlio fino a farlo soffocare!
Dr Michele Accettella