Secondo una ricerca le donne biologicamente sono in media predisposte a comunicare e prendersi cura degli altri. Gli uomini non si curano del prossimo ma analizzano e sistemizzano
Rendiamocene conto: "Gli uomini e le donne non sono uguali." E chi lo dice non è un nemico delle "quote rosa" o un anti-maschilista. Non è nemmeno una persona che si propone una rivendicazione femminile in occasione della cosiddetta "festa delle donne" dell'8 marzo.
La frase che sembra rompere uno dei tabù della società moderna, ma afferma semplicemente una verità biologica e sociale, porta la firma di Peter Lawrence ed è una richiesta di riconoscimento delle qualità individuali di ogni ricercatore, indipendentemente dal genere di appartenenza. Simon Baron-Cohen, psicologo presso la Cambridge University, sostiene fortemente che qualsiasi tipo di stereotipo è non scientifico: "Gli individui sono esattamente questo: individui".
Nonostante questo non può fare a meno di produrre evidenze del fatto che le donne sono in media biologicamente predisposte a comunicare e prendersi cura degli altri, mentre gli uomini lo sono ad analizzare, sistematizzare e non curarsi di chi gli sta intorno.
Come scrive Lawrence ci sono diverse prove a favore della tesi che queste differenze hanno radici biologiche e genetiche. Eppure non si può generalizzare, infatti se il 60 per cento degli uomini ha un cervello maschile e il 60 per cento delle donne ne ha uno femminile, il restante 40 per cento di entrambe i sessi si divide tra quelli che hanno un cervello perfettamente bilanciato e quelli che presentano caratteristiche psicologiche e comportamentali tipiche del sesso opposto.
Quando si va a esaminare il numero di studenti europei e statunitensi si riscontra un equilibrio nel genere degli studenti. Ma quando si vanno a controllare le percentuali ai livelli superiori: professori, responsabili e pubblicazioni, la percentuale femminile crolla verticalmente. Lawrence nel suo articolo porta tre motivazioni valide a sostegno del mantenimento dell'equilibrio iniziale:
1. I lavori di ricerca richiedono un mix di qualità che può essere soddisfatto solo attraverso una collaborazione tra uomini e donne.
2. Si creerebbe una forte competitività tra uomini e donne che porterebbe ad una maggiore motivazione e di conseguenza ad una più alta produttività.
3. C'è bisogno per gli studenti di modelli di entrambi i sessi. L'assenza di figure femminili importanti nell'ambito della scienza potrebbe scoraggiare e allontanare le giovani donne.
Sarebbero due le motivazioni di questo squilibrio. La prima viene identificata con un atteggiamento discriminatorio sul lavoro e la seconda rispecchia invece un errato dogma della società secondo il quale è sempre la madre e dover rinunciare al lavoro per mettere al primo posto la cura della famiglia. In particolare, come commenta l'autore, c'è un tipo di discriminazione che favorisce la mentalità maschile.
L'aggressività, l'autostima e la fiducia in se stessi sono caratteristiche maschili che sono considerate vincenti e che favoriscono gli uomini durante un colloquio o, più in generale, in ambito lavorativo. Colpiti da queste prerogative ci si dimentica che un buon ricercatore deve essere in grado di lavorare bene in gruppo e tenere conto del benessere di tutti partecipanti, essere per gli studenti un punto di riferimento in grado di guidarli e spronarli. "Se tenessimo conto di queste caratteristiche sceglieremmo più donne o più uomini con un cervello femminile".
"La scienza sarebbe meglio servita se dessimo più opportunità e potere alla gentilezza, alla riflessività e alla creatività individuali di entrambi i sessi. Originalità e creatività non sono prerogativa di nessuno dei due sessi. Dovremmo quindi fare un uso migliore delle diverse qualità delle persone", conclude Lawrence.
Fonte: http://canali.libero.it