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Articoli    Disagio psicologico    Finché l'anima resta in vita. Riflessioni teoriche sull'abuso emozionale    Parte 2: Forme traumatiche dell'odio: maltrattamento, trascuratezza e abuso emozionale

Finora abbiamo parlato in termini generali del trauma e dell'abuso emozionale, ricreando in maniera concisa quelli che sono i riflessi attivi e i tentativi interpretativi escogitati dal bambino per interpretare l'evento subito. Ora, seguendo questi elementi essenziali, è opportuno sottolineare l'importanza di una diversificazione riflessiva in questo contesto, in modo tale da evidenziare una distinzione che non ha carattere esclusivamente descrittivo, ma si assume anche in funzione degli agiti e delle dinamiche psichiche ad essi sottesi.

Opportuno, quindi, sarebbe parlare e distinguere tra la trascuratezza emozionale, e l'abuso emozionale. Parlando di maltrattamenti emozionali possiamo, infatti, intendere modalità e agiti essenzialmente diversi che assumono per il bambino, a livello della relativa ricostruzione mentale assunta con riferimento all'esperienza subita, forme e interpretazioni piuttosto differenti.

Possiamo quindi parlare di trascuratezza emozionale intendendola come una carenza di vissuti o di comunicatività nell'espressione emozionale nel diretto rapporto col caregiver, ossia, una condizione in cui, per i motivi più disparati, l'adulto non manifesta, esprime o sottolinea elementi di una comunicazione che ha natura e caratteri emozionali. In questo senso possiamo intendere questa come la forma lieve delle sofferenze emozionali vissute dal bambino. Sappiamo, infatti, che:

«Lo sviluppo della conoscenza delle emozioni è facilitata essenzialmente dall'osservazione delle emozioni altrui, dalla relazione che il bambino inizia a porre tra risposte emotive e situazioni che le elicitano, dalla associazione tra emozione e spiegazione verbale dell'adulto. Soprattutto quest'ultimo aspetto sembra, più di altri, importante nell'acquisizione delle competenze emotive. I commenti dell'adulto, le sue interpretazioni sullo stato emozionale del bambino, la coerenza tra espressione e verbalizzazione consentono quella differenziazione necessaria alla abilità cognitiva» (Di Blasio, 2000, p. 61).

Di conseguenza il diretto risultato di queste carenze emozionali, si dà nella difficoltà stessa di acquisire delle competenze emozionali e di fare proprie le dirette esemplificazioni comportamentali associate ai vissuti emozionali più intimi.

Diversamente possiamo invece considerare, essenzialmente per quelle che sono le conseguenze in termini di una sofferenza psichica, l'abuso emozionale. Intendiamo questa modalità della sofferenza emozionale, considerandone prevalentemente l'aspetto "consumante". Possiamo seguire così la radice etimologica del termine abuso, la cui derivazione latina abuti, significa appunto "consumare". L'intento è quello di descrivere il senso stesso dell'abuso emozionale come modalità espressa dall'adulto di richiedere lui stesso un'attenzione emozionale da parte del bambino: la condizione in cui il bambino diventa elemento oggettuale, mero strumento di rassicurazione affettiva e soprattutto sensuale dell'adulto.

«[...] il bambino in tenera età ha bisogno, per sopravvivere, di ricevere dall'adulto amore, cure, attenzione e tenerezza. Farà di tutto pur di ottenerli e non perderli. Se avverte che le sue persone di riferimento più prossime e più importanti hanno per lui un interesse che reca, a livello conscio o inconscio, carattere sessuale [...] allora, pur essendo reso insicuro, a volte angosciato e nei casi più macroscopici completamente disorientato, farà ogni sforzo per soddisfare tali desideri, o perlomeno per non frustrarli troppo, per non far inquietare l'adulto, per non rischiare a nessun prezzo di essere da lui abbandonato» (Miller, 1981, p. 127).

Il trauma psicologico che si consuma in riferimento a questi processi d'interazione tra adulto e bambino mostrano essenzialmente quelli che sono i presupposti distintivi della falsa costruzione del Sé. L'impianto stesso della crescita e del senso rassicurante dell'amore si danno in riferimento ad un vero e proprio ricatto emozionale vissuto dal bambino, e questa diventerà la regola basilare di tutte le future interazioni umane. Se si apprende, attraverso l'interazione con le figure genitoriali che l'amore, l'attenzione, l'accudimento, si danno in funzione di un dominio delle manifestazioni più immediate dell'essere, ovvero, in funzione di una recisione profonda delle proprie manifestazioni emozionali, se si apprende che il modo "corretto" di relazionarsi agli altri - specie con gli adulti - è quello di assecondare, accontentare a qualsiasi costo, sacrificarsi in nome di un'accettazione d'amore, non si ottiene altro che una falsificazione profonda del proprio Sé. Una menzogna che diventerà col tempo piena identificazione con questo stile di trattamento, una pura identificazione con l'aggressore, un'identificazione con quello stesso comportamento, o quel medesimo atteggiamento socialmente accettato che generalmente è definito "pedagogia" e che, a ragione, la Miller ha considerato come «Pedagogia Nera» (1980, p. 5 e sgg.).

«Il bambino sviluppa allora quegli atteggiamenti di cui la madre ha bisogno, atteggiamenti che al momento gli salvano la vita (ossia gli assicurano l'"amore" della madre e del padre), ma che alla lunga gli impediranno di essere sé stesso. [...] Pur senza esserne consapevole, questo individuo continuerà in seguito a vivere immerso nel proprio passato» (Miller, 1979, p. 42).

Ciò che si ottiene e si erige in nome di questo senso educativo di accondiscendenza alle figure genitoriali è essenzialmente un ripudio completo dei vissuti emozionali: nascosti, recisi, rimossi, diventano natura inconscia per il Sé del bambino e di conseguenza per l'intero assetto psichico dell'uomo maturo, perché le sue esperienze future - come vedremo - non faranno altro che confermare questo genere di rapporto frustrante con l'altro.

L'impossibilità d'espressione, nonché la caratterizzazione dei vissuti emozionali più forti, siano essi di rabbia, paura, o anche di felicità, come non accetti, non rispettati, ma in quanto tali puniti, derisi, soffocati e alla fine dominati dall'adulto, dovranno essere ricostruiti in forme che danno responsabilità al bambino stesso - come abbiamo visto - e questo affinché possa esistere in lui un non totale annientamento psicologico di fronte alla condizione sofferta; e allora, pur di non essere o non sentirsi all'altezza delle richieste dei genitori, questo bambino sacrificherà il suo vero Sé in funzione di un "risarcimento" dovuto ai propri genitori, un risarcimento che assumerà caratteri persistenti per tutta la vita come modello di relazione interpersonale, un "dover dare", un "dover sacrificare se stessi" agli Altri.

Tutto questo avverrà semplicemente per ottenere finalmente quell'attenzione, quella comprensione, quel rispetto, quel riconoscimento per quello che si è e per quello che si prova. L'uomo in età adulta «[...] farà di tutto pur di essere amato da qualcuno nel modo in cui gli sarebbe stato necessario un tempo, quando era bambino» (Miller, 1979, p. 71).

L'ansia stessa provata per non riuscire a soddisfare o ad interpretare a pieno le richieste affettive e sensuali della madre, in seguito, diventeranno l'ansia reiterata e protratta ed il senso di minaccia provati di fronte alle manifestazioni sensuali, erotiche o semplicemente d'affetto di una compagna o di un compagno nella vita adulta; manifestazioni alle quali potrà rispondere o attraverso la completa accondiscendenza reiterando nuovamente la struttura stessa del proprio falso Sé come ha imparato a fare da piccolo, o con una risposta di fuga, passando così da una relazione all'altra aggirando l'ostacolo del legame incestuoso, oppure, attraverso la completa astensione da relazioni amoroso/sensuali, annientando completamente i propri vissuti emozionali e corporei.

Il bambino, nel tempo, rimane vittima impotente nel proprio passato, vittima impotente di una coazione a ripetere, risolvibile soltanto quando diventerà adulto lui stesso, e avrà a sua volta di fronte un bambino piccolo da accudire che da lui dipende e a cui potrà di converso riservare lo stesso trattamento che ha subito da piccolo.

«[...] i genitori conducono con i propri figli la medesima lotta per il potere, che hanno perduto a suo tempo con i loro stessi genitori. Vivono per la prima volta, vedendo nei propri figli, lo stato di vulnerabilità dei primi anni di vita, di cui non sono in grado di ricordarsi, e soltanto con loro, con i più deboli, si difendono spesso in modo molto pesante» (Miller, 1980, p. 16).

Recidere lo spirito vitale ed emozionale del proprio figlio diventa il mero riscatto per il medesimo trattamento che i genitori stessi hanno ricevuto nella loro infanzia. Un riscatto contro la propria impotenza vissuta da bambini, una rivalsa affinché anche altri provino le stesse frustrazioni e patimenti interiori che hanno provato loro stessi da bambini, un modo esemplare di essere, oggi, padroni e non vittime impotenti e supplichevoli del maltrattamento emozionale ricevuto.

 

Dr Michele Accettella