L'ultimo film di Moretti e una battuta di Casini riaccendono il dibattito sulla crisi della famiglia
«Il divorzio: una sconfitta», dichiara Pieferdinando Casini. Confessione? Frase ad effetto? Campagna elettorale a parte, queste parole sono un attestato di normalità. Una marito e una moglie che si lasciano è ormai copione di tutti i giorni, dallo stellato mondo dei vip in giù. Però non tutti la pensano nello stesso modo. Sul numero di Grazia in edicola, ad esempio, Bambi Parodi Delfino, attualmente moglie di Paolo Mieli e madre quattro volte da quattro diversi compagni di vita, racconta: «Se amo un uomo voglio un figlio da lui. Se l'amore è forte, mi piace che dia un prodotto». In altre parole: la riproducibilità dell'esperienza non è disfatta, anzi. Per sapere che il divorzio è routine, però, non c'è bisogno di sfogliare cronache mondane.
Basta entrare in una scuola. Gettare una rapida occhiata al mondo inquieto degli adolescenti o alle sfocate aspirazioni di chi ha trent'anni, perciò è nato insieme all'implosione della famiglia. In fatto di divorzi, i vip non fanno più scuola - come ai tempi di Richard Burton e Liz Taylor. Sono lo specchio di un paesaggio comune. Il divorzio è una normalità talmente radicata che, guardando il Caimano di Moretti (certo, complice l'abbaglio pre-elettorale), pochi si sono accorti che il film è soprattutto il riflesso di una separazione, sofferta come lo sono sempre.
Con tutti gli ingredienti del caso: affetti e figli, rimpianti e debolezze all'impietoso scoperto. Nato in Italia per scelta referendaria nel 1974, il divorzio s'avvia verso l'età matura della ragionevolezza. Allora fu una conquista soprattutto al femminile, che strappava la vita delle donne dalle mani del destino, affidandola (teoricamente) alla libera scelta. L'onda lunga della militanza per l'autodeterminazione abbraccia due, tre generazioni femminili.
Intanto, in questi ultimi trent'anni, la famiglia andava a rotoli. E risorgeva, trafelata fenice, in forme nuove: allargata o ristretta che sia, è diventata un elastico. Un nucleo sempre pronto al cambiamento, alla sperimentazione di legami inediti. Fratelli per parte di (fratellastro è una parola così brutta, con quella terminazione spregiativa), compagni in amorevole condivisione, cugini d'acquisto obliquo. E questo è un bene: perché innesca nuovi affetti, accanto a vecchi odi. Ma non si può negare che, al di là di tale creatività che è l'effetto inevitabile della normalizzazione dello sfascio, il divorzio sia anche una sconfitta. L'ha detto persino quell'icona della desiderabilità che è Nicole Kidman: faccio fatica a legarmi, anche solo a caricare, ha sommessamente esternato qualche tempo fa l'attrice. Chi se la piglia una che è stata mollata dal marito, con figli a carico e non ha più vent'anni?
Il divorzio è, per molti, una sconfitta di principio. Una imbarazzante deroga alla moralità sancita dalla religione. Il divorziato se ne chiama fuori e spesso lo fa con inguaribile dolore. Con le spalle al muro degli affetti. Ma il calice è amaro anche per chi non ha remore di ordine religioso. Se anche non si considera il matrimonio un sacramento, accantonare l'eternità in amore costa.
E' una triste lezione, per se stessi e per i figli, protagonisti sempre loro malgrado. «Quante cose potrei dire di quell'oscuro e nebuoloso periodo, ma voglio spazzar via i brutti pensieri, i ricordi intrisi di malinconia e dire che ho lottato? vinto la mia battaglia personale contro ogni forma di malumore, riuscendo a costruire un futuro più equilibrato. Mi sono laureata a ventiquattro anni discutendo una tesi sul divorzio per esorcizzare questo mio cruccio» racconta Cinzia in «Quando i genitori si dividono» di Silvia Vegetti Finzi (Mondadori). Ma solo nel migliore dei casi il divorzio di papà e mamma rappresenta una sfida per dimostrare al mondo - e innanzitutto a loro due: io so fare di meglio! Io sì che so costruire una vera famiglia!
Più spesso, un genitore divorziato resta un oggetto fallato. Un anello debole di quella catena in cui la precedenza cronologica dovrebbe significare autorevolezza. Il rispetto per i «grandi» non è solo uno strumento di garanzia sociale. E' una specie d'istinto. Mentre un genitore che sbaglia - ad esempio scegliendo male il partner - è talmente imperfetto che, in fatto di sentimenti, risulta inattendibile. Che hai da insegnarmi, tu che hai fallito?
Se un tempo, quando il divorzio era una lampante eccezione, a farne le spese erano soprattutto i bambini piccoli, vittime della propria condizione «anormale» in un mondo fatto tutto di famiglie regolari, oggi i guai con i figli arrivano più tardi. Quando loro si affacciano all'età adulta e ti fanno l'inventario degli ostacoli che hai maldestramente capovolto invece che scavalcato. Con un indecoroso capovolgimento di ruoli: i figli che scavando nel tuo (e loro passato) rinfacciano gli errori. Guardano con sarcasmo al tuo talento di consulente affettivo. Ignorano il tuo bagaglio di esperienze (benché magari a qualcosa potrebbe servire) e puntano il dito sull'errore. E allora si china la testa e si tace, senza più voce in capitolo: zitti e vinti.
Di Elena Loewenthal
Fonte: http://www.lastampa.it