L'autoispezione come cura del sé ma attenzione ai rischi
L'autoispezione è la forma più attiva di partecipazione alla prevenzione e alla cura di sé. Prassi positiva, atteggiamento che necessita di grande maturità e di una forte educazione-informazione mediata dal medico. È il parere di Daniele La Barbera, direttore della clinica psichiatrica dell'Università di Palermo, che spiega ai lettori di "Salute" perché ispezionare il proprio corpo può diventare un pericolo o un'opportunità.
"Non si tratta di ricevere pure informazioni tecniche, l'esplorazione del corpo richiede un atteggiamento strutturato da parte della persona perché durante l'autoispezione si attivano dinamiche psicologiche importanti. Perciò quello che conta alla fine è l'informazione ricevuta dal medico e il rapporto soggettivo con la propria corporeità", dice La Barbera, che suddivide in tre principali tipologie le persone che ricorrono alla pratica: l'ansioso-vitalista, perennemente preoccupato; il vitalista-onnipotente che si crede immortale; il neutrale-indifferente per il quale il corpo non è luogo di piacere né di pericolo.
L'autoispezione richiede una capacità competente, una matura integrazione tra corpo e psiche. No all'autodiagnosi che, secondo La Barbera induce equivoci pesanti, "pensiamo ai patofobici, agli ipocondriaci che vedono il corpo ovunque minacciato, pensiamo a chi tende a negare la malattia e la possibilità di ammalarsi. Pensiamo agli anziani che non sanno avvertire i campanelli d'allarme e non riferiscono al medico".
No all'autoispezione selvaggia, indiscriminata. "I giovani sono i più esposti a quest'ultima modalità. Il loro corpo si trasforma rapidamente, non riescono il più delle volte a dare un significato al mutamento fisico e finiscono per non riconoscersi in quel corpo. La bellezza diventa cult e la rigidità dei canoni estetici imposti non aiuta, anzi trasforma l'attenzione in ansia che a sua volta scivola nell'eccesso dell'imperfezione e nella ricerca della perfezione ad ogni costo". In conclusione, si all'autoispezione, ma come responsabilizzazione distesa e serena del volersi bene.
Fonte: http://www.repubblica.it